Galleria Alberto Peola
Via della Rocca, 29
10123 Torino
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Orario: dal lunedì al sabato dalle 15.30 alle 19.30
Andisheh Avini
23 maggio - 26 luglio 2006
Nato e cresciuto a New York, Andisheh Avini è rimasto molto legato all'eredità persiana. Parla, legge e scrive in farsi ed è stato in Iran molte volte da bambino e da ragazzo. Molto del suo lavoro ha a che fare con l'identità e l'assenza di identità, nel mezzo tra due culture come Persia e America che tirano in più direzioni divergenti. Sebbene non praticante, Avini trova nell'Islam temi molto interessanti che sono per lui spunto per idee da esplorare attraverso l'arte. Una è l'idea di anonimato. I musulmani credono che il viso o la descrizione di una persona non siano importanti, e questo è il motivo per cui non si vedono mai immagini del profeta Maometto. Sul tema dell'anonimato, l'artista comincia a lavorare a una serie di silhouettes, anonimi autoritratti, cui fanno seguito i dipinti calligrafici. Il divieto di dipingere le persone e le loro facce ha reso la calligrafia la forma più importante di arte nel mondo islamico. Misurandosi con questa tradizione, usando il format della scrittura farsi, Avini crea lavori molto espressivi e catartici. Più interessato al mezzo e all'atto dello scrivere che al messaggio, i suoi dipinti si snodano come flussi di coscienza, sono come monologhi interiori. “Quando ne comincio uno, non posso smettere finché non è finito”. I dipinti calligrafici esposti - scrittura rossa su tela bianca - sono realizzati con sangue di pecora mischiato a pigmenti. Il sangue di pecora rappresenta il sacrificio e, d'altra parte, la calligrafia è un grande sacrificio in sé, un'arte che è uscita da una forma di censura. Una serie di miniature amplia la riflessione sull'anonimato. Partendo da inkjet prints, attraverso una progressiva sottrazione, Avini copre col colore tutti i dettagli delle figure umane e tutti i testi che le descrivono. Restano così soltanto paesaggi e misteriose figure di cui si deve immaginare cosa stanno facendo e cosa stanno dicendo. Anche le sculture dei teschi sono riconducibili allo stesso tema. Non si può dire chi erano quelle persone o cosa facevano. Sono ormai solo un resto di ciò che erano una volta. Ognuno sembra uguale nella morte. E alla propria morte Avini fa ripetutamente diretto riferimento nella serie dei ritratti del suicidio: l'arte gli permette di contemplarla e di controllare l'ossessione che gli crea. Il teschio è un'immagine molto potente, che lascia spazio all'immaginazione. I teschi di Avini sono preziosamente rivestiti, con motivi tratti dalle decorazioni iraniane. Egli infatti attinge a quel mondo ricco di disegni e di colori, tagliandoli, mettendoli insieme e rivestendo con essi le idee della sua arte.