PAC
Padiglione d'Arte Contemporanea
via Palestro, 14
20121 Milano
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Stephan Balkenhol
7 luglio – 16 settembre 2007
di Valentina Stefani
È dedicata a Stephan Balkenhol la grande mostra al PAC di Milano. Occasione unica per vedere alcune opere dell'artista tedesco mai approdate in Italia prima come le Coppie di Ballerini provenienti dal Museo d'Arte Moderna di Francoforte, i Calciatori della collezione FIFA di Zurigo e ancora il grande Icaro in bronzo in prestito dalla Galleria Ropac di Salisburgo. In mostra anche i suoi ultimissimi lavori, alcuni realizzati appositamente per la personale milanese. Mondo buffo e straniato quello di Stephan Balkenhol , artista che recupera la tecnica antica dell'intaglio, “levando” le sue creature da un unico tronco di legno, tutt'uno con la materia scavata, scolpita e poi dipinta, restituita in modo grossolano e lasciata volutamente ruvida, quasi a sottolinearne l'intrinseca durezza. Balkenhol ci presenta un esercito di uomini-pedina, bloccati nell'immobilità di gesti assenti. Moderni manichini e uomini qualunque, le sue sculture si muovono in una strana atmosfera metafisica. L'artista tedesco sceglie per loro vesti semplici, “divise” dell'uomo comune, come sottolineato da Maurizio Sciaccaluga, curatore della mostra. Pochi sono i particolari che li differenziano, il colore dei capelli o degli occhi, così come nel grande puzzle composto da dodici pannelli intagliati: primi piani su uomini e donne apparentemente diversi, in realtà vicini nella comune impenetrabilità degli sguardi. A variare sensibilmente è, quindi, la fisionomia dei volti, estranei ad ogni forma di emozione, come strappati al rumore della vita e chiusi nell'istante in cui il tempo si ferma e riflette l'assenza.
C'è un uomo sdraiato, là, sotto un grande fungo, camicia bianca e pantaloni scuri, lo sguardo fisso nel vuoto. Chi è? Che cosa sta aspettando? È lo stesso uomo che ritroviamo a torso nudo, gli occhi semi chiusi, il capo rivolto in basso, le braccia lasciate cadere a terra, uscito, come per incantesimo, dalla scacchiera appesa alle sue spalle. Il gioco è sospeso? Dove sono le altre pedine? Ed eccolo, sempre lui, in piedi sopra un alto sgabello a reggere con una mano il mondo (Atlante, 1998). Delirio di onnipotenza? Cliché declinato all'infinito ed esca sottile con cui Balkenhol trae in inganno lo spettatore e lo trascina nella vana impresa di dare un titolo ad una rappresentazione che si muove sul filo sottile dell'ironia. Rappresentazione fatta di donne in abito d'argento (Donna con abito d'argento, 2007) o in grembiule (Donna con grembiule, 2007), vestite di rosso contro una spirale blu (Donna con rilievo blu, 2005), o in una buffa tenuta da pilota con l'elica alle spalle (Pilota, 2007). Chi sono questi strani personaggi, così assurdi nella loro assoluta normalità? Uomo fantoccio quello di Balkenhol, cavalca strani animali a dondolo e se veste i panni di un re, la corona è troppo grande perché il corpo è quello di un nano (Piccolo re, 1998). Ma che cos'è in fondo la grandezza in un uomo se non la misura identica della sua piccolezza? In Balkenhol il grande uomo ed il piccolo uomo (2001) prendono vita dallo stesso tronco di legno e si rispecchiano muti, l'un l'altro nella dimensione gemella della loro esistenza. Perché il lavoro di Balkenhol è anche questo, è un racconto sulla solitudine dell'uomo nella società di oggi. Le sue coppie si voltano le spalle (Grande coppia, 1988), una parete divide i loro sguardi, sempre rivolti altrove e in nessun dove, come nelle undici danzanti (Coppie danzanti, 1999), composte da uomini e donne, che ripetono all'infinito abbracci senza contatto, sguardi senza incontro, gesti senza azione, danzano immobili sulle note tristi e silenziose di un pianoforte suonato dalle mani di un musicista misterioso.
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